SHOAH, MEMORY DAY: “L’ALTRA METÀ DI UN NUMERO”

imageRiflessioni durante la lavorazione del docufilm “L’ALTRA METÀ DI UN NUMERO” realizzato in occasione del Memory Day della Shoah. In onda su Raiuno il 24 gennaio 2016.

La fase delle riprese è sicuramente avvincente, anche i mezzi scarsi e obsoleti rimasti a disposizione dei Tg (sì, compreso il Tg1). Ma la prima fase del montaggio è emozionante. Solo a quel punto si vede se una scena prende vita e comunica vita o invece semplice esercizio informativo. Da non disprezzarsi, quest’ultimo, ovviamente.image
Attraverso i social cominciamo ad informare quella parte più attenta e più attiva che costituisce il nucleo centrale dei futuri spettatori, anche di un canale ultrageneralista come Raiuno.
I primi post suscitano un dibattito. Questo è un buon segno. Di più, é un sostegno.image

Narrazione della Shoah: certo, ogni storia è diversa. Certo, ci sono milioni di storie da raccontare. Milioni di nomi, di vite spezzate. Però, arrivato al 15º Memory Day e al 15º docufilm relativo, il problema c’è, non riguarda solo me e i miei lavori ma tutte le produzioni. Un problema che non risolviamo ripetendo “mai più” o ripetendo “noi non dimenticheremo”. Certo, lo sappiamo bene: noi non dimenticheremo. Ma….e gli altri? E per altri intendo quei milioni di ragazzi che dobbiamo informare ed istruire. Se non conquistiamo la loro attenzione, e il loro cuore, se non sappiamo farlo, ripetere “mai più” diventa un rituale vuoto. imageE per altri intendo quei milioni che stanno a casa col dito sul telecomando e in una frazione di secondo possono cambiare canale. Se non conquistiamo la loro attenzione, e il loro cuore, se non sappiamo farlo, è del tutto inutile che andiamo a ripetergli “mai più”. A scuola i ragazzi sono obbligati ad ascoltarci, comunque, anche quelli che non vorrebbero. Fa parte dell’istruzione. È un obbligo, anche se spesso nella narrazione si approfitta di questo obbligo. A casa neppure ci sentono perché hanno già schiacciato col dito sul telecomando. Voglio dire che il problema del raccontare la Shoah non sta nel singolo racconto, nei singoli racconti. Giustamente nel dibattito sui social c’è chi sottolinea che ci sono 6 milioni, più di 6 milioni di storie da raccontare. Ma quando vedi che sui media tutti si affollano il 27 gennaio e poi scompaiono, quando vedi che ogni anno si fa più fatica a trovare spazio per pubblicare, allora il problema sta nel flusso complessivo della narrazione, nel suo stile narrativo, nel saper cogliere gli aspetti oggi più attuali e più vicini alle esperienze e ai sentimenti dei ragazzi e delle loro famiglie (e delle loro famiglie). imageDa studi specialistici di settore sono arrivati, e continuano ad arrivare nuovi contributi alla complessiva narrazione della Shoah. Si tratta di capirli, tradurli nei linguaggi più efficaci (nel mio caso si tratta di linguaggio filmico) e portarli nella grande arena della divulgazione mediatica dove devi metterci tutto il tuo impegno per convincere qualcuno a spendere dei soldi per comprare un libro o, semplicemente, a schiacciare il tasto del telecomando che lo porterà a vedere il nuovo docufilm.

Mentre il montaggio arriva alle ultime scene,image tutti quelli che sui social partecipano a questa fase di lavorazione con i loro commenti (ringrazio anche chi non scrive post ma….so che sta partecipando). Le storie da raccontare, dunque, sono molte. Lo sappiamo. Milioni. Una per ogni persona, come minimo. Il problema non sta nella singola storia, ma nel flusso complessivo della narrazione in cui questa storia si innesta. Le ultime ricerche, gli ultimi studi ci offrono elementi per rinnovare e modificare questa narrazione. Basta pensare alle ultime ricerche sul lager di Ravensbrück (si veda il libro di Sarah Helm “Il cielo sopra l’inferno) alle ricerche sul mancato bombardamento di Auschwitz dello storico Umberto Gentiloni Silveri, alle ricerche sui “medici” nazisti e sui loro esperimenti. Basta pensare, ad esempio, al contributo che ci arriva dalla filosofa Donatella Di Cesare: è esistita, esiste una filosofia nazista. A me per primo (sono laureato in filosofia) mette i brividi l’accostare “filosofia” e “nazismo”.image Eppure è così, e le radici nella storia della filosofia sono piuttosto lunghe. Il nazismo non è un cerchio nella storia con una svastica dentro, non è una parentesi di circa 10 anni durante la quale una banda di pazzi e/o criminali è andata al potere. Bisogna modificare la narrazione (hollywoodiana) diffusa in tanti film e documentari. Si dice che l’umanità è morta ad Auschwitz e si dice che è rinata dopo Auschwitz. Vero. Con la Carta dei diritti dell’uomo. Ma non solo: è rinata perché i sopravvissuti (e loro testimoniano anche dei sommersi) sono riusciti a salvare, da qualche parte nel loro spirito, sia pure ridotti a lumicini, alcuni dei valori forti, alcuni dei pensieri che costituiscono la base sulla quale ci riconosciamo appartenenti all’umanità. Bisogna modificare l’attuale narrazione dei lager, così consolidata da apparire irremovibile. I deportati nei campi lavoravano come schiavi ma non erano schiavi. imageNessuno poteva pagare per loro un riscatto e renderli “liberti”. I campi erano l’apparato industriale dell’esperimento che i nazisti hanno innestato nella società (“hanno”, uso questo tempo perché nel presente ancora soffriamo dei postumi, come per una grave malattia), esperimento per il quale hanno ottenuto l’appoggio di larga parte della popolazione nei territori da loro controllati ed in quelli controllati dai fascismi. Esperimento? Sì, quello della creazione del “non-uomo”, della “non-persona”. Per la prima volta nella storia dell’umanità (che pure atrocità ne ha visto!), per la prima volta due uomini di trovano di fronte l’uno all’altro ma…..uno dei due non riconosce più nell’altro un uomo. Lo riduce ad un pezzo, ad un numero. Non essendo uomo, non deve più pensare. Non deve coltivare alcuna amicizia. Non deve avere speranza. Non deve avere fede. Deve cancellare l’amore, anche quello filiale. Deve dimenticarsi di cosa sia la misericordia. Non deve praticare neppure il ricordo della felicità, della piacevole sensazione data da una canzone. I testimoni della Shoah, i sopravvissuti, continuano a ripeterci quanto fosse fondamentale, proprio per sopravvivere, fondamentale più ancora della razione di pane, riuscire a trovare un amico e scambiare con lui i versi di una canzone. imageBisogna evitare di pensare che i testimoni della Shoah siano dei semplici registratori di memorie. Bisogna stare attenti al messaggio più profondo che arriva dalle loro parole quando vogliono comunicarci ciò che son riusciti a far sopravvivere nelle loro teste, oltre il buio del “non-uomo” progettato dai nazisti. Dobbiamo “accordare” le singole storie che raccontiamo su una nuova narrazione complessiva della Shoah.image

Terminato il montaggio devo ricordarmi di ringraziare chi ha lavorato con me: Valentina Fravili al montaggio, Grazia Pietrasanta per la grafica, Giulia Trentini e Elisabetta Bazzuoli per le ricerche, Paolo Carpi, Carlo Bernardini e Alberto Zappalà per riprese, Jadwiga Pinderska-Lech per la collaborazione ad Auschwitz, i docenti e gli allievi del Conservatorio S. Cecilia di Roma e Gabriele Ciampi per le musiche. Grazie a Danila Satta per il titolo.

THE LESSONS OF SURVIVAL. CONVERSATIONS WITH SIMON WIESENTHAL.

ARRIVA IN ITALIA IL FILM DI INNA ROGATCHI: “THE LESSONS OF SURVIVAL. CONVERSATION WITH SIMON WIESENTHAL.”

Quando leggiamo un libro, un articolo, quando guardiamo un film, sappiamo già di dover scegliere un posto dove collocarlo, poi, alla fine. Si tratta anche di un atto concreto, materiale. Il libro ha una sua precisa fisicità ed ha bisogno di una collocazione. L’articolo lo ritagliamo. Ormai, sempre più spesso, sono digitali e entrano come file in una cartella sul desktop. Il film ha meno fisicità. Certo, può essere un dvd, un file in una chiavetta usb. Magari però è solo un link. Ma aldilà di quella materiale, è soprattutto culturale la collocazione verso cui ci predisponiamo. Anche i grandi archivi fanno così, che siano i National Archives di Washington o l’Archivio Centrale dello Stato di Roma. Quando lo studente o lo studioso entrano nella sala delle ricerche trovano già una selezione di testi, di documenti, di libri, pronta, offerta dal lavoro degli archivisti. Semplicemente si sa che quelli sono particolarmente utili ed è bene che siano sempre pronti. Quindi, finito di vedere il film di Inna Rogatchi, “The Lessons of Survival. Conversation with Simon Wiesenthal”, bisogna decidere dove collocarlo.image Bene, il suo posto è all’ingresso, nella sala di prima accoglienza, tra le opere pronte ad essere usate e riusate, da consultare facilmente. È un film ed è un documento. In quanto tale può essere definito, per usare il vecchio gergo giornalistico, una fonte primaria. Il linguaggio filmico è semplice ed essenziale. Parla una figura leggendaria, Simon Wiesenthal, si vedono i luoghi citati, le emozioni sono accompagnate dai quadri dell’artista Michael Rogatchi. Sì, è il marito di Inna. Sì, Inna è stata una collaboratrice di Simon Wiesenthal: un privilegio, come racconta all’inizio del film. imageProprio in quell’inizio Simon Wiesenthal mette in chiaro, subito, un concetto: “io sono sopravvissuto, dice, ma il mio pensiero va a tutti quelli che invece non sono sopravvissuti”. Giusto, perché in realtà i veri testimoni della Shoah sono loro, i sommersi, quelli che non ce l’hanno fatta. Lungo tutta l’opera di Simon Wiesenthal, ha strisciato, sotterraneo come un fiume carsico, il tema del perdono. imageOgni tanto riemergeva, ogni tanto scompariva. A parte il fatto che nessun boia nazista ha mai chiesto perdono, resta fermo il punto che non si perdona per “interposta persona”. Il perdono possono darlo solo le vittime. Nessuno può sostituirsi a loro. Sono tanti i contenuti del film di Inna Rogatchi, dai nuovi dettagli sulla ricerca di Adolf Eichmann ad altri sulla cattura di Anna Frank. Per questo il film è anche una fonte primaria. Ma poi su tutto scorrono la voce e lo sguardo di Simon Wiesenthal. Passano i minuti e piano piano ci si accorge che il suo racconto va avanti con serenità, come lui se volesse quasi tranquillizzare chi lo sta seguendo. Sta parlando di assassini di massa e di campi della morte e ci dà quella tranquillità solida che solo la giustizia può dare. Quando viene applicata.image

AGDGADU E IL CRISTO VELATO

imageEra un percorso. Era dedicato “Alla Gloria Del Grande Architetto Dell’Universo” (A.G.D.G.A.D.U.). Basta intendersi, liberamente, su chi sia il Grande Architetto e allora può risultare normale trovare, alla fine del percorso, una statua di Gesù avvolto dal sudario. Cristo. Velato. Di certo, libero si sentiva Raimondo di Sangro, principe di Sansevero.
Si torna sempre a riflettere davanti al “suo” Cristo Velato.
Può esserci il caldo di luglio, quando la luce del sole taglia di netto strade, balconi e panni stesi ad asciugare. Oppure può esserci il buio fresco dell’ultimo autunno, quando si accendono migliaia di presepi in un gran movimento fermo di gente che lavora distratta e indaffarata, lo sguardo altrove.
Spaccanapoli è in fermento, ogni giorno, con ogni tempo. E dev’essere stato così in ogni stratificazione del tempo. Nella Napoli sotterranea, greca e romana, dove ci si affollava attorno ai negozi del pesce e del pane su vie non più strette di quelle attuali. Nei palazzi cresciuti sbilenchi sopra le rovine dei secoli, uno sull’altro a cercare la luce, fitti e selvaggi come crescono le piante nella foresta tropicale.image E infine sulle terrazze dove sono spuntati nuovi locali, a sfidar le cupole delle chiese, attici e super attici con ricche vetrate dei quali poco e niente si sa di sotto nel turbinio della folla. Dev’esserci qualcosa nelle mani degli artigiani che vivono qui da sempre, qualche gene trasmesso di generazione in generazione. Basta vedere l’ultima tendenza: ovvero “vi fanno il pastore”, su richiesta. Costa 500 euro, ma vi ritrovate nel presepe. Oppure “fate il pastore” a chi volete bene o al capo che volete lisciare. Ritrovarsi pastore nel presepe è comunque un segno di notevole successo. Basta portare all’artigiano tre foto, frontali e di fianco, come le segnaletiche della polizia. Solo che, nel caso, può capitare, non si sa mai, è inutile chiederle alla Questura. Non le possono dare. Tre foto nuove, quindi, e ci si ritrova, riprodotti con precisione, in una statuina alta due palmi, pronta ad entrare in qualsiasi presepe, come ci sono entrati i giocatori del Napoli, i capi di governo e le rock star. Non conoscono crisi gli artigiani dei presepi. Sempre che ora resistano all’assalto dei cinesi che si son messi a “fare i pastori” anche loro.
Chiedere si può, ma il risultato non è garantito.
“Scusi! Per la cappella Sansevero?” Ci si potrebbe arrivare comunque, anche se non ci sono indicazioni, ma chiedere informazioni è irresistibile. È sempre probabile imbattersi in una donna che scivola via scuotendo appena la testa. “Questa non è la statua del dio Nilo?” Due ragazzi dal volto segnato stentano a rispondere. Non possono credere ad una domanda così idiota fatta proprio davanti al dio Nilo. Dev’esserci sotto qualcosa. “E la cappella Sansevero?” Niente più di qualche vago movimento della testa. I due si girano e rientrano nel bugigattolo oscuro dove si vendono detersivi o anche candele. Qui, proprio di fronte al dio Nilo, fanno ancora il miglior caffè del mondo. Chi ci arriva stupito, deve provare per credere. Chi ritorna, invece vuole le sue conferme. La tazzina è sempre pronta, calda. Un tempo il barista ci metteva lo zucchero, quando era ancora vuota. Così poi il caffè veniva più buono. Adesso, in epoca di diete e dolcificanti, si son dovuti adattare. Ad ognuno il suo zucchero libero. Ma il caffè è sempre lo stesso nettare nero. Indimenticabile. “E la Cappella del principe di Sansevero?”. Sarebbe stato meglio chiedere del principe del calcio, quel Maradona che sta appeso in un collage di santini ad una parete del bar. Più o meno il gesto di un braccio oltre il bancone indica che sì, c’è anche la cappella Sansevero, fuori non lontano, uscendo dal bar, a sinistra e poi a destra. Sono solo una cinquantina di metri. Girato l’angolo, il fermento dei napoletani svanisce, come se fosse ancora viva l’antica pessima fama che circondava l’edificio. Solo qualche persona passa veloce, decisa a mimetizzarsi nel turbinio pochi metri più in là. imageAlchimista, scienziato, cultore dell’esoterismo, e soprattutto massone, Raimondo di Sangro principe di Sansevero conduceva studi avanzati ed esperimenti arditi nel settecento napoletano. Uno dei tanti secoli della stratificazione napoletana, mentre già gli artigiani creavano i loro presepi. Per ciò che ha realizzato ha avuto bisogno di molta mano d’opera, gente di fatica per le pietre, falegnami per il legno, muratori e architetti, scalpellini e pittori. Facile immaginare i riti scaramantici di chi, durante l’allestimento della cappella, ha visto senza capire. Anche oggi mette inquietudine vedere, con lo sguardo frettoloso del turista galleggiante, i due scheletri su cui il principe aveva ricostruito il sistema venoso e quello arterioso. “Ricostruito”, appunto. Non sono veri. Anche in questo sta la sua geniale abilità. Del resto, bisogna capirlo il turista inquieto e affascinato. imageNon sa dove posare gli occhi nello stordimento che crea la visita. Il Cristo Velato sta dove non dovrebbe stare, al centro della Cappella, a disposizione dei visitatori che, stupiti, dubbiosi o increduli, gli ruotano attorno. Ma sarebbe stato meglio lasciarlo dove il principe esoterista l’aveva collocato: in una piccola stanza, in fondo alle scale, sotto alla cappella, punto d’arrivo di un percorso iniziatico mozzafiato davanti alle altre statue tra cui spiccano quella della Pudicizia, quasi una Maddalena, forse una santa, col seno e il volto, perfetti, coperti da un velo, e quella di un uomo che si libera dalla rete degli inganni su cui era rimasto impigliato. Marmo, solo marmo, l’uomo, la rete, la donna e il velo attraverso cui è lei che osserva l’essere e il tempo del nostro mondo. imageIn quel percorso lo spazio diventava sempre più ristretto. Col respiro smorzato, all’improvviso si arrivava quasi a contatto fisico col Cristo Velato. La storia dell’arte dice che l’opera è stata realizzata nel 1752 e pagata con cinquanta ducati dal principe al suo autore, il Magnifico Giuseppe Sanmartino. Lo testimonia la ricevuta custodita dal Banco di Napoli. Si narra che Canova avrebbe voluto dare dieci anni della sua vita pur di essere l’autore di un’opera simile. imageE invece, cinquanta ducati e il Cristo Velato diventa l’ultima tappa del percorso ideato dal principe Raimondo di Sangro, l’ultima immagine della sua filosofia. Lo scultore quasi scompare nell’ombra del committente. L’idea prevale sulla mano che l’ha realizzata. Gli eredi del principe si son dovuti adattare ai tempi, anche loro, e per la statua è stato creato un “posto d’onore” al centro della sala. La luce non è più la stessa. L’impatto conserva una sua violenza, mutevole ad ogni visita. Ora quel corpo sotto il velo bagnato, appare più duro, più aspro, spigoloso, come offeso da troppi anni di fatica, con quei muscoli, quei tendini, quelle ossa così irrigidite. imageLa volta precedente sembrava quasi riposare, finalmente, al riparo del sudario. Alla prossima visita cambierà ancora. Tra i turisti che si spostano da un paese all’altro facendo “usa e getta” del loro viaggiare, scivolano sempre mormorii e sospetti. Il principe alchimista avrebbe insegnato allo scultore una sua qualche formula magica per cristallizzare il velo di marmo sopra il corpo martoriato del Cristo. A quel punto sarebbe tutto più facile. Niente più pensieri complessi. Più semplice, più tranquillizzante non porsi problemi e neppure pentirsi d’essere entrati in quella cappella. Si poteva andare mezz’ora prima a Capodimonte ma è andata bene lo stesso, o no? La vita sembra più semplice, senza pensieri complessi: il bello e il buono come risultato di un’arte del levare. Le parti brutte e cattive negli scarti. Il bello libero a brillare nel bianco della pietra. E invece no. Il Cristo Velato è un unico blocco di marmo, il corpo, le ferite, il cuscino, il velo. Pensare diventa difficile, faticoso. Bisogna dialogare. Innanzi tutto con se stessi. La mano, del Magnifico scultore Sanmartino, e la mente, del dinamico principe di Sansevero, davanti ad un blocco di marmo. Mesi e mesi di lavoro sull’opera e ogni colpo di scalpello deve levare e deve aggiungere. Ad un tempo. Nello stesso tempo. Levare ed aggiungere. Pensiero complesso. Levare per arrivare attraverso la materia grezza al corpo del Cristo, alle ferite, alla passione. Aggiungere per lasciare su quel corpo il velo bagnato del sudario. Il velo come una preghiera pensata in silenzio che mostra la passione ma impedisce di coglierne del tutto il mistero. Il velo come un limite al libero pensiero, difficile da accettare nella sua trasparenza di marmo, nel suo apparire così leggero e così solido, così morbido e ad un tempo così tanto rigido da non permettere che si penetri completamente nel mistero dell’essere. La ragione sconfitta da un velo. Difficile sfuggire alla forza magnetica del Cristo Velato. Si esce dalla cappella Sansevero. Ma per tornarci, ancora una volta.image

DIALOGO, A TAVOLA

imageCibo, nutrimento, cucina, cultura e dialogo. La Bibbia, i Vangeli, il Corano, i Libri di tutte le altre religioni, i profeti, i santi e le testimonianze. Un buon modo per conoscersi, per parlarsi, anzi il miglior modo è sedersi assieme a tavola, spezzare assieme il pane, condividere il riso, le verdure, i fagioli, la frutta, l’acqua, il vino. imagePotrebbe sembrare semplice, ma non lo è. Prima di sedersi a tavola bisogna sapere cosa l’altro può mangiare e cosa non può mangiare, cosa vuole mangiare e cosa non vuole mangiare, bisogna cucinare per lui rispettando le sue regole spirituali. imagePer farlo bisogna conoscere gli ingredienti base, sapere come prepararli, come tagliarli, quali parti cuocere e quali no, con quale fuoco, come, quando e quanto sale usare, quali spezie, e persino in quali piatti mangiare e in quali ore.image Anche i non credenti, per moda dietetica o per necessità salutare, si sono creati delle regole. No, non è semplice ma prendere l’abitudine di sedersi assieme a tavola farebbe fare un gran passo avanti al dialogo. imagePer farlo davvero, dobbiamo prima scambiarci delle informazioni, l’uno con l’altro, come si fa quando si invita a pranzo nella propria casa qualcuno appena incontrato e gli si chiede, per non metterlo in imbarazzo, se c’è qualcosa a cui bisogna stare attenti nel cucinare per lui.image Prima di cucinare per qualche ospite bisogna almeno un po’ conoscere il suo spirito, la sua anima.imageimage Ecco alcune informazioni dai Libri:

Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
se offrirai il pane all’affamato,
se sazierai chi è digiuno,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio.

Bibbia, Isaia 58, 9-10
————————-

Sulla terra
c’è abbastanza
per soddisfare
i bisogni di tutti
ma non per soddisfare
l’ingordigia di pochi.

Mahātmā Gandhi

————————
È Lui che ha creato giardini [di vigne]
con pergolati e senza pergolati,
palme e piante dai diversi frutti,
l’olivo e il melograno,
simili, ma dissimili;
mangiatene i frutti
e versatene quanto dovuto
nel giorno stesso della raccolta,
senza eccessi,
ché Allah non ama chi eccede;
e del bestiame da soma e da macello,
mangiate di quello che Allah
vi ha concesso per nutrirvi
e non seguite le orme di Satana:
egli è un vostro sicuro nemico.

Corano, VI, 141-142.

————————
La vita
è sostenuta
dal cibo
e il cibo
è vita,
e quindi,
offrire cibo
agli altri
è come dare loro
la vita.

Mahābhārata 13.63.26

————————–

Siate grati per il cibo:
è il Brahman.
La sua energia universale
viene trasformata
nella nostra energia individuale
che ci aiuta
in tutto quello che facciamo.

Svāmin Vivekānanda. Il monaco del Dialogo
—————————

Quando si offre
un pasto,
il donatore offre
cinque cose
al ricevente:
vita, bellezza,
felicità, forza
e intelligenza.

Bhojana Sutta, Aṅguttaranikāya 5.37

——————–
Come un’ape
raccogliendo il nettare
non nuoce né danneggia
il colore e il profumo
del fiore
così il saggio
si muove nel mondo.

Dhammapada 49
———————
Il regno dei cieli
è simile al lievito
che una donna prese
e mescolò
in tre misure di farina,
finché
non fu tutta lievitata.

Vangelo di Matteo 13,33
——————i
Il Signore apre per te
il suo benefico tesoro,
il cielo,
per dare alla tua terra
la pioggia a suo tempo
e per benedire
tutto il lavoro
delle tue mani.

Bibbia, Deuteronomio 28, 12

—————-
Laudato si’,
mi’ Signore,
per sor’acqua
la quale è multo utile
et humile
et pretiosa
et casta

San Francesco, Cantico delle Creature

 

NAZISMO E FILOSOFIA (Heidegger & Sons)

“Povera e nuda vai Filosofia – dice la turba al vil guadagno intesa”. Trasferita dal ‘300 del Petrarca al terzo millennio dei big data e dei tweet, la turba appare agitata da opinion maker, non pochi, che la vedrebbero anche morta la filosofia. In fondo, a che serve? A niente, certo, se si rinuncia al bisogno di sapere come, quando, perché e da dove una certa idea si è infilata nella nostra testa. Poi, aprendo un libro, emerge la traccia che quell’idea ha lasciato attraverso un percorso tortuoso nella storia del pensiero, la filosofia riappare, d’un colpo, nelle armi, nelle battaglie, nelle stragi, nei genocidi e ciò che sembrava una specie di lontana epidemia della storia, sconfitta e racchiusa nel passato, si mostra come una virulenza ancora contagiosa. image
Leggendo “Heidegger & Sons” la sensazione è quella di trovarsi di fronte ad una guerriera che combatte nel campo della teoretica con le più efficaci e taglienti armi della ragione. Attaccata dai quattro punti cardinali per il solo fatto di essere stata la prima a scriverne, analizzando i Quaderni Neri di Heidegger, Donatella Di Cesare non si preoccupa di difendersi. imageLe basta mettere ogni attaccante di fronte alle sue stesse affermazioni, scagliate con quella facilità con cui si lanciano le pietre, le basta costringerlo ad osservarsi riflesso nel grande quadro delle eredità filosofiche e non più, non solo, nel frammento di specchio del suo individuale pensiero. Ogni attaccante, uno per volta. In un ambiente ‘sensibile’ alle rivalità accademiche, dove una scomunica magari vale una cattedra, ci vuole coraggio a scrivere: “Che cosa unisce filosofi come Jacques Derrida, Reiner Schürmann (e la sua eredità alla New School), Ernesto Laclau, Jean-Luc Nancy, Claude Lefort, Gianni Vattimo, Giorgio Agamben, Roberto Esposito, Judith Butler, per menzionarne solo alcuni? In che modo emerge, nella loro riflessione l’enorme influsso esercitato da Heidegger, pur se con esiti disparati?” (Heidegger & Sons, pg 97). Forse una pausa è necessaria, prima di decidere se entrare in libreria e comprare Heidegger & Sons. Bisogna stabilire cosa può fare chi non conosce Derrida e Vattimo, chi non ha letto Husserl e Heidegger e di Kant e Hegel ricorda a malapena le lezioni al liceo. Ebbene, può comunque addentrarsi nel libro, magari risalendone a tratti la corrente in alcune pagine e lasciandosi trascinare in altre. Prima o poi andrà a sbattere su qualche pensiero sedimentato nella sua testa. Basti ricordare che all’elenco bisogna aggiungere Herbert Marcuse, ex allievo di Heidegger, mito del ’68, leggendario ispiratore della rivolta mondiale di una generazione. Quella generazione che a sinistra ha piazzato, in vario modo, molti dei suoi al potere, politico, accademico o economico che sia. imageHeidegger divide la sinistra, avverte Donatella Di Cesare. Di fronte alle reazioni dei marxisti patentati, detentori del verbo, verrebbe da dire che Heidegger piuttosto la spacca col suo “…rimprovero al comunismo: aver annunciato l’emancipazione del proletariato, non portando altro che il ‘progresso’ della tecnica -per una via diversa da quella del liberalismo. Il rimprovero non potrebbe essere più grave. Non solo perché smaschera l’anticapitalismo come ‘capitalismo di stato’, ma perché punta l’indice contro la schiavizzazione sottile, la ‘mobilitazione totale’, la uniformazione.” (Heidegger & Sons, pg 106)
C’è un’eredità di Heidegger. Ma il problema è che la pubblicazione dei Quaderni Neri ha fatto saltare gli schemi attraverso i quali Heidegger è stato fin qui interpretato, spiega Donatella Di Cesare. imageC’è anche un “problema nel problema”: questa pubblicazione è stata programmata dallo stesso Heidegger con una straordinaria abilità. Finché era in vita, non stupiva la sua conoscenza della comunicazione globale. Ma riuscire, 39 anni dopo la sua morte, a far scoppiare una bomba mediatica che ha coinvolto intere pagine dei più prestigiosi quotidiani, ha sorpreso tutti e per primi i filosofi. Se è stato un grande filosofo, non è stato nazista; se è stato nazista, non è stato un grande filosofo: scordatevelo, aveva avvertito Donatella Di Cesare nel suo precedente lavoro Heidegger e gli ebrei (da leggere, assieme ad Heidegger &Sons). imageFa impressione, e non solo a chi ha studiato teoretica, accostare filosofia e nazismo. Eppure è così: Heidegger è un grande filosofo, Heidegger è nazista. Esiste una filosofia nazista e bisogna farci i conti anche a livello divulgativo prima che sia davvero troppo tardi. Non possiamo continuare a far uscire i ragazzi dalle scuole senza che sappiano riconoscere il nazismo. Dovunque lo incontrino. Con tutto ciò che ne consegue. I rottamatori attaccano: meglio rottamare Heidegger ed espellerlo. Da dove? Dalla storia? Dalle aule? Dalle biblioteche? Per i rottamatori l’adesione di Heidegger al nazismo sarebbe il suo “errore triviale” e non varrebbe la pena di rifletterci sopra filosoficamente. Risponde Donatella Di Cesare che così facendo finiamo solo per creare “un potente alibi per evitare un’approfondita riflessione politica e filosofica sul nazismo.” (Heidegger & Sons pg 48). A livello divulgativo, dai manuali scolastici al cinema di Hollywood, l’alibi appare ancora più chiaramente: una banda di criminali è andata al potere, ha sconvolto il mondo, ha organizzato il genocidio perfetto, è stata sconfitta grazie al sacrificio di molti, la storia ha chiuso il cerchio ed ora è li, nel passato, a disposizione degli storici, degli sceneggiatori, dei registi. Poi arrivano i Quaderni Neri, si scopre Heidegger come filosofo del nazismo e si deve riaprire quel cerchio lontano, magari rischiando di scoprire che il nonno non è stato poi davvero “costretto” a prendere la tessera del partito nazionalsocialista. Cancellando Heidegger non cancelliamo solo l’autore di Essere e Tempo: “Così diventa molto più facile cancellare con un colpo di spugna non solo Heidegger, ma anche il passato recente che pesa sempre di più: la fine dell’ebraismo tedesco, le leggi di Norimberga, la Shoah.” (Heidegger & Sons, pg 47) image
Scrivere di filosofia teoretica su un quotidiano, sia pure nelle pagine culturali del Corriere della Sera, come fa Donatella Di Cesare, non è un impresa semplice. Non si può ‘cambiare’ il linguaggio, non c’è sufficiente spazio per spiegare ogni termine adoperato, non si può rinunciare alla divulgazione. Quando la filosofa ha definito ‘antisemitismo metafisico’ il nazismo di Heidegger, gli attacchi sono diventati violenti. Si può discutere, anche su una critica violenta, ci si può confrontare, certo, ma facendo salve due premesse.
La prima: “Va molto di moda parlare, o addirittura scrivere, di libri non letti. Si presume, grazie al titolo, e a un paio di pagine sfogliate, di conoscere già l’argomento, di sapere quello che l’autore sostiene, o di poterlo immaginare. Basta qualche accortezza e un po’ di intuito.” (Heidegger & Sons pg 40-41)
La seconda: “Esiste, però, ancora un’altra forma -forse la più pericolosa- di disonestà intellettuale, che consiste nell’attribuire a un autore quello che non ha mai detto. Questo modo di procedere, frequente purtroppo nel discorso filosofico, può consistere anche nel citare stravolgendo del tutto i pensieri dell’autore. Ed è possibile persino arrivare a fargli dire esattamente il contrario di quello che sostiene.” (Heidegger & Sons, pg 41-42)  image
L’aggettivo metafisico, adoperato per definire le dimensioni reali dell’antisemitismo di Heidegger, non ne riduce affatto la gravità ma lo lega ad una lunga scia di filosofi, almeno a partire da Kant. È meglio esser precisi con le citazioni per evitare che anche questa recensione venga triturata dalla rete e riutilizzata per altri fini: “Credo che sia un errore banalizzare l’antisemitismo di Heidegger. Per qualificarlo ho scelto perciò, nel mio libro, l’aggettivo ‘metafisico’. Chi non ha letto il libro, chi non ha saputo, potuto o voluto leggere -quattro possibilità spesso indiscernibili, come ha osservato una volta Derrida- ha immaginato una sublimazione del fenomeno. Si tratta del contrario. L’aggettivo ‘metafisico’ non mitiga l’antisemitismo, bensì ne indica la gravità abissale – ma anche l’estensione.” (Heidegger & Sons, pg 83)  image
Mentre su questo fronte i toni diventavano violenti fino alle minacce personali, sul fronte diametralmente opposto si riorganizzavano le fila tra quanti non accettavano interventi sull’eredità del filosofo tedesco e partivano nuovi, diversi attacchi: “<Come osate mettere in gioco Heidegger per pochi passi antisemiti?> Questo non-detto, che la maggior parte degli orfani risentiti non ha avuto l’ardire di articolare, forse per non infrangere il ‘politicamente corretto’, è stato invece espresso dai pochi loquaci. Non sono mancati i toni violenti, talvolta persino le denigrazioni e gli insulti.” (Heidegger & Sons, pg 27)
Leggendo le pagine di Donatella di Cesare si ha la sensazione che da questo libro per gemmazione possano nascerne altri. Nelle mani della filosofa, potrebbero presto germogliare.
Filosofia tra giornalismo e pubblicità, ad esempio, dato che Heidegger traccia una fenomenologia del giornalista:”….nel quale vede l’epigono dello storicismo, il <moderno storico> che deve recensire talmente tanti libri, e scriverne a sua volta altrettanti, che non può rischiare, fermandosi a riflettere, di mandare a monte tutta la sua impresa.” (Heidegger &Sons, pg 82). Non c’è solo l’antisemitismo di Heidegger da affrontare ma anche la sua visione dei mass media: “Il giornalismo, che è ‘l’organizzazione tecnica della pubblicità’, consente la ‘vertigine della democrazia’ infondendo nelle masse l’illusione di poter decidere e governare. In tal senso i giornalisti sono ‘gli sbirri della pubblicità e come sbirri sono i funzionari del potere’.” (Heidegger & Sons, pg 82). Heidegger non ha conosciuto la nascita, lo splendore e il declino del talk show televisivo, ma la sua analisi, nata dalla stessa teoretica che ha dato gravità all’antisemitismo, sembra parlare di ciò che arriva oggi nelle case attraverso gli schermi: “Nella dittatura della totalità, dove gli opinion maker sono sportivi e cantanti, non c’è posto, né soprattutto tempo, per il pensiero. Il ‘letterato’ della pubblicità fa credere al suo pubblico di aver a lungo riflettuto su quel che scrive, in modo che, leggendo i suoi articoli, il pubblico si convinca di ‘pensare’; ma il letterato, a ben guardare, non ha fatto altro che utilizzare il ‘pre-pensato’ della pubblicità, in un circolo che si reitera consolidandosi.” (Heidegger & Sons, pg 82)  image
Ancora un altro libro potrebbe nascere per gemmazione: quello sul rapporto, mancato, tra le donne e la filosofia: “Non sapremo mai come sarebbe stata la filosofia, e la sua storia, se dal suo esordio ne avessero fatto parte le donne. Non è stato così. Il soggetto neutro, protagonista delle vicende del pensiero, è stato l’essere umano di sesso maschile, l’ego che ha parlato di sé, pretendendo di parlare anche per l’altro, per il suo alter ego, per il soggetto assente, il maschio mancato. Come altrove, e più che altrove, l’androcentrismo ha dominato indisturbato per secoli la filosofia.” (Heidegger & Sons, 62)
Convincere una persona ad entrare in libreria, o in un sito, scegliere un libro, andare alla cassa e pagarlo, è impresa sempre più faticosa. A chi chiede se Heidegger & Sons è un libro difficile non resta che rispondere onestamente sì, lo è, non tutte le pagine sono per tutti. Tuttavia tutti possono affrontare questa lettura ed un risultato lo otterranno: quello di intuire, almeno intuire, dove e come la filosofia sta attraversando la nostra vita e perché non possiamo farne a meno.

Il fronte sotto casa

C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra? Lo chiedeva Albert Einstein a Sigmund Freud, in una lettera il 30 luglio del 1932. imageL’anno dopo andava al potere Hitler. Non c’era un modo. imageForse un c’era un percorso, suggeriva Freud ma con l’avvertenza che la via della pace non può essere un mulino che macina “talmente adagio che la gente muore di fame prima di ricevere la farina”. Gandhi percorse con successo quella via. Il metodo della “non-violenza”, però, funziona solo se l’avversario è uno stato democratico obbligato a rispettare i diritti umani anche quando esercita il monopolio della violenza.image Non funziona con i tagliagole. “The management of savagery”, “la gestione della ferocia”, è un manuale di 248 pagine in cui Da’esh, il cosiddetto “stato islamico”, spiega come decapitare col coltello, come bruciare vivi i prigionieri, come usare la brutalità per spingere le democrazie occidentali alla guerra. È una trappola, insanguinata ma fin troppo evidente. imageEppure è guerra contro Da’esh. Di una guerra si sa con certezza quando e come inizia. Chi dice di sapere quando e come finirà è un millantatore. Questa guerra non terminerà nel modo tradizionale, con la sconfitta di una parte, un armistizio e la firma di un trattato di resa. Qualcuno, allora, potrebbe ipotizzare di bombardare i terroristi fino ad ucciderli tutti. Ammesso che sia possibile, e non lo è, neppure questo sarebbe la fine della guerra. Resterebbe aperto un problema che appare ad un tempo come un paradosso: migliaia di musulmani migrano dall’Africa e dal medio oriente e rischiano la vita attraversando il deserto e il mare; contemporaneamente alcune migliaia di ragazzi, figli dei migranti di vent’anni fa, compiono il percorso inverso abbandonando l’Europa, il relativo benessere, la libertà, e vanno a rischiare la vita combattendo per Da’esh. Sono i “foreign fighters”, i combattenti stranieri. imageCirca 15.000 con Da’esh, alcuni anche cattolici o non credenti convertiti all’Islam al momento dell’arruolamento. Molti sono rientrati in Europa, forse ben 3000. Difficile dire quanti di loro sono pentiti e quanti invece sono cellule pronte per attacchi terroristici. Recenti studi hanno elaborato l’indice di radicalizzazione jihadista, mettendo in rapporto la popolazione musulmana sunnita di uno Stato col numero di foreign fighters partiti da quello Stato. Ebbene, l’indice dell’Arabia Saudita è 97, l’indice della Finlandia è 1750. L’indice della Libia è 97, quello della Danimarca è 434, quello della Svezia 418, quello della Francia 254. L’Italia ha un indice apparentemente basso, 36. Forse non è per un particolare merito ma solo perché i ragazzi islamici nati nel nostro paese sono relativamente pochi. Resta il fatto che i “foreign fighters” rappresentano un problema generato e sviluppato in Europa. imageDa’esh riesce a far breccia nei loro cuori grazie a una propaganda che adopera tecniche nuove, linguaggi professionali, registi capaci di sfruttare al meglio luoghi e simboli. Dunque se questa è una guerra, prima ancora dei piloti servono registi, giornalisti, scrittori, comunicatori capaci di sviluppare una narrativa che raggiunga i cuori di questi ragazzi europei. “Tutto ciò che provoca solidarietà…-scriveva Freud ad Einstein- Tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra”. Se siamo in guerra, allora questa volta sono chiamati al fronte anche quelli che sanno adoperare gli strumenti del dialogo. Il fronte è sotto casa, al massimo nel quartiere vicino. Si tratta di impedire che in Europa continui la gemmazione di estremisti radicali che diventano foreign figters. Tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini deve agire contro la guerra, sosteneva Freud nella risposta ad Einstein, con un’avvertenza: “La religione dice la stessa cosa: ama il prossimo tuo come te stesso.”

MAN HU? – COSA E’?

IMG_9452

Capitolo 10
MAN HÛ?
COSA È?

IMG_9521Grafica e voce speaker: Esodo 16, 11-16

Quando lo strato di rugiada svanì,
ecco, sulla superficie del deserto
c’era una cosa fine e granulosa,
minuta come è la brina sulla terra.
Gli Israeliti la videro
e si dissero l’un l’altro: ‘Che cos’è?’,
perché non sapevano cosa fosse.
Mosè disse loro:
‘È il pane che il Signore
vi ha dato in cibo.
Ecco che cosa comanda il Signore:
‘Raccoglietene quanto
ciascuno può mangiarne,
un omer a testa,
secondo il numero delle persone
che sono con voi.
Ne prenderete ciascuno
per quelli della propria tenda.’

IMG_9601Roberto (fc):
Manna: ognuno ne deve raccogliere solo quanto può mangiarne.
Dice la Bibbia, non più di un omer a testa. Si tratta comunque di una porzione generosa: un omer è antica unità di peso che corrisponde ad un chilo e trecento grammi.
La manna: misteriosa ma abbondante.

IMG_8294Don Ciucci
“E’ qualcosa che proprio per il suo essere misteriosa, chiede di affidarsi. Tu non sai cos’è questa cosa ma questo è il dono che Dio ti fa. Fidati di lui. Di più ancora. Un’altra regola che Dio impone…quando esce la manna Dio dice al suo popolo: prendetene quello che vi serve per la giornata. Punto. ….

IMG_8049Moshe Basson
“L’arca dell’alleanza conteneva le tavole della legge con i dieci comandamenti dati a Mosè e poi una piccola ampolla, probabilmente di vetro, con dentro della manna. E questo per ricordare la manna e per comprendere che nulla in questo mondo è la vera manna, malgrado molti abbiano tentato di identificarla con questo o quel fenomeno naturale.

Don Ciucci
La manna è un cibo che noi non conosciamo, quella che chiamiamo manna è questa cosa siciliana che è un buon dolcificante profumato, ma in realtà è un cibo che dice una presenza fedele e custodente di Dio per il suo popolo e che chiede in cambio la fiducia: fidati di me e vedrai che non ti mancherà mai il cibo.”IMG_8232

————-effetti sonori parco delle Madonie, forte ronzio di cicale
————-immagini: Gelardi incide i frassini, cola la manna

grafica:
Parco delle Madonie, Sicilia

grafica:
Giulio Gelardi, produttore di manna
Parco delle Madonie, Sicilia
“la manna è la linfa del frassino. Io faccio delle incisioni alla pianta e da queste incisioni mi cola il succo che man mano che scende comincia a cristallizzare e si trasforma in manna.
………
La manna è dolcissima, è un dolce ma è anche un sale minerale. Ricchissima di sale.”
…………
“La goccia che esce ci fa ricordare in qualche modo il dono del cielo. Ci fa ricordare la manna biblica. Nella Bibbia la manna cade dal cielo nel deserto per ben 40 anni. Ha delle particolarità per cui non esiste prodotto che possa essere paragonato a quello che descrive la Bibbia. “

IMG_8484Moshe Basson
“Io sono in grado di parlare di tutti gli ingredienti che esistono nella mia cucina o che sono presenti nella flora di Israele e di collegarne l’esistenza alle parole della sacre scritture, alla Bibbia insomma. Posso spiegare esattamente per quale ragione la Bibbia ne parla. Per ogni ingrediente io sono in grado di fare questo, ma non per la manna.”

Giulio Gelardi
“Ma la cosa importantissima di quello che descrive la Bibbia sono i comandamenti legati alla manna. Comandamenti che sono stati negati e nascosti. Uno: il sabato non si raccoglie. Obbligo del giorno di riposo. L’altro obbligo: si può raccogliere della manna solo quanto basta. Quella che si raccoglie in più fa i vermi. Non si può tesaurizzare.

IMG_9204Moshe Basson
“Ci si chiede come faceva un ricco nel deserto a invitare un povero alla sua tavola se per tutti c’era la stessa manna? Il fatto è che la manna non era solo manna, era quello che ciascuno pensava di mangiare o avrebbe voluto mangiare. Così il ricco poteva dire di stare offrendo un intero bufalo. Quando uno chef cucina o quando chiunque cucina, anche una madre per la sua famiglia, può servirsi di ingredienti molto semplici e acconciarli in modo tale che diventino come la manna.”

IMG_8553Roberto: (da Gerusalemme)
NELLA BIBBIA È UN DONO, UN SEGNO DELL’AMORE PATERNO DI DIO. PER I CRISTIANI, GIOVANNI L’EVANGELISTA NE FA IL SIMBOLO DELL’EUCARESTIA.

Grafica e voce speaker: Vangelo di Giovanni 6, 30-33

Allora gli dissero:
«Quale segno tu compi
perché vediamo e ti crediamo?
Quale opera fai?
I nostri padri hanno mangiato
la manna nel deserto,
come sta scritto:
Diede loro da mangiare
un pane dal cielo».
Rispose loro Gesù:
«In verità, in verità io vi dico:
non è Mosè che vi ha dato
il pane dal cielo,
ma è il Padre mio
che vi dà il pane dal cielo,
quello vero.
Infatti il pane di Dio è colui
che discende dal cielo
e dà la vita al mondo».

IMG_8613
Roberto: (da Gerusalemme)
SECONDO I DATI DIFFUSI DALLA FAO, OGGI NEL MONDO CI SONO 162 MILIONI DI BAMBINI RACHITICI, OVVERO BAMBINI CHE NON HANNO UN ACCESSO ADEGUATO AL CIBO.
……..
DOBBIAMO RICORDARE QUANTO PROCLAMA LA DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL’UOMO:

Voce Roberto + grafica :
Tutti gli esseri umani hanno diritto
ad avere cibo che sia disponibile
in quantità sufficiente,
adeguato da un punto di vista
nutrizionale e culturale
e che sia fisicamente
ed economicamente accessibile.

IMG_8933
Don Pagazzi
“ Il dar da mangiare, il ricevere da mangiare, il bisogno e l’alimentazione, è la grammatica elementare di ogni tipo di relazione. Anche di quella relazione delicata e necessaria che è il dialogo tra le religioni.

Don Ciucci
“Ben vengano, ma davvero ben vengano tutte le occasioni in cui possiamo sederci a tavola e condividere, ma davvero condividere qualcosa della nostra storia e dei nostri beni con chi è diverso da noi, con chi dobbiamo scoprire nel bene che porta e non soltanto nella fatica che ci consegna, vigilando che questa cosa sia fatta con intelligenza, con sapienza, con affetto, con passione, come la farebbe Gesù. “

Don Pagazzi
Il cibo richiede disciplina, perché se invito a casa qualcuno, devo sapere che cosa mangia, che cosa gli piace mangiare, cosa non gli piace, cosa può e cosa non può e non deve mangiare. Credo che davvero il cibo sia un contesto, un ambiente, dove questo dialogo può avvenire.

————————————–

Credits di coda

Musiche:
Giuseppina Torre
The Idan Raichel Project
Coro di Bitti

Si ringraziano:
– Ministero del Turismo Israeliano
-Angela Polacco
-Marina Ortona per le fotografie

…….
……..

————————————

IL SALE DELLA TERRA (Come manna dal cielo – capitolo 9)

Condividere il pane. Condividere il sale. Alla stessa tavola. Quanto sale si dovrà consumare, tutti assieme, per imparare a rispettarci? 

(le foto sono di Marina Ortona)

 

IMG_9262

Capitolo 9
IL SALE DELLA TERRA

Grafica e voce speaker: Bibbia, Giobbe 6, 6-8

Si mangia forse un cibo
insipido senza sale?,
o c’è qualche gusto
nel chiaro d’uovo?
La mia anima rifiuta
di toccare simili cose,
esse sono per me
come un cibo ripugnante.
Oh, potessi avere
ciò che chiedo,
e Dio mi concedesse
ciò che spero!

IMG_8113IMG_8352
Roberto (fc)
Nella storia si sono combattute molte guerre per il sale. Il sale era prezioso. Dove scarseggiava i soldati romani ne ricevevano un po’ come paga. Ancora oggi chiamiamo salario la paga
Il sale conserva i cibi e aggiunge loro sapore.
Anche il sale è un simbolo.
Un simbolo etico.

IMG_8126
Grafica e voce speaker: Vangelo di Matteo 5,13

Voi siete il sale della terra;
ma se il sale perde sapore,
con che cosa lo si renderà salato?
A null’altro serve
che ad essere gettato via
e calpestato dalla gente.

IMG_8141

Don Pagazzi
“Innanzi tutto il sale è uno dei modi antichi e nuovi con il quale si conservano gli alimenti. Il riferimento al sale da parte di Gesù fa parte di quel che si diceva all’inizio, è un modo per conservare, per non sprecare. Ma il sale anche insaporisce, arricchisce il cibo, e ancora di più le spezie che danno uno spettro di sapori molto più ampio al cibo stesso.

IMG_8302Roberto (fc)
Sono tante le spezie e le erbe indicate dalla Bibbia per dare un miglior sapore alla cucina: la senape, la menta, il cumino, l’aneto, la ruta. Indicazioni sempre valide per nutrirsi in maniera sana.

IMG_8310Don Pagazzi
E anche qui, una insistenza e una sottolineatura bella della Sacra Scrittura: non è necessario solamente inghiottire calorie, proteine, lipidi e carboidrati, ma è necessario provare piacere. Senza il piacere, proteine e carboidrati nutrono ma non alimentano.IMG_8735

Grafica e voce speaker: Vangelo di Marco 9, 50

Il sale è buono,
ma se il sale diviene insipido,
con che cosa gli darete sapore?
Abbiate del sale in voi stessi
e state in pace
gli uni con gli altri.

IMG_9126IMG_9147IMG_9270

Grafica
Gerusalemme

Roberto: (da Gerusalemme)
FORSE IL CIBO PIÙ FAMOSO E ANCHE IL PIÙ MISTERIOSO DELLA BIBBIA È LA MANNA. MANNA DERIVA DALL’EBRAICO MAN HU, CHE SIGNIFICA LETTERALMENTE “CHE COS’È?”

IMG_9333
—————cambio musicaIMG_9218

TOBIA E IL PESCE (Come manna dal cielo, capitolo 8)

Eppure…..non c’è altra strada che il dialogo.

(le foto sono di Marina Ortona)

———————————————————————————–

Capitolo 8
TOBIA E IL PESCE
—-immagini lago di Tiberiade
grafica:
Lago di Tiberiade, IsraeleIMG_9301

Roberto (fc)
Il pesce non è solo un alimento importante. Ha un alto valore simbolico. Sono pescatori i primi discepoli di Gesù. I primi cristiani utilizzano il simbolo stilizzato del pesce per riconoscersi e per indicare il Cristo.

Grafica e voce speaker: Vangelo di Matteo 17, 24-27

Mentre entrava in casa,
Gesù lo prevenne dicendo:
“Che cosa ti pare, Simone?
I re di questa terra
da chi riscuotono
le tasse e i tributi?
Dai propri figli o dagli altri?”
Rispose: “Dagli estranei”.
E Gesù:
“Quindi i figli sono esenti.
Ma perché non si scandalizzino,
va’ al mare, getta l’amo
e il primo pesce che viene
prendilo, aprigli la bocca
e vi troverai
una moneta d’argento.
Prendila e consegnala a loro
per me e per te”.

grafica:
Habib Ghammashi – cuoco
Lago di Tiberiade, Israele

“Ci troviamo nella zona del Kibbutz Ginosar, nei pressi di Cafarnao, dove pescavano tutti gli amici di Gesù, come Pietro, e questo è il pesce che tiravano su: per questo motivo anche questo pesce è stato chiamato pesce di San Pietro. Perché questo è un pesce benedetto…ha dato a Pietro dalla sua bocca delle monete per permettergli di saldare un debito che aveva con la tassa di ingresso assieme a Gesù a Cafarnao. Gesù gli disse di pescare in questa zona, e quando Pietro iniziò a pescare uscì un pesce con una moneta e così saldò il suo debito.”

IMG_9329
Grafica e voce speaker: Vangelo di Giovanni 6, 8-13

Gli disse allora uno dei suoi discepoli,
Andrea, fratello di Simon Pietro:
“C’è qui un ragazzo
che ha cinque pani d’orzo
e due pesci;
ma che cos’è questo
per tanta gente?”.
Rispose Gesù:
“Fateli sedere.”
C’era molta erba
in quel luogo.
Si misero dunque a sedere
ed erano circa
cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani
e, dopo aver reso grazie,
li diede a quelli
che erano seduti,
e lo stesso fece dei pesci,
quanto ne volevano.

Roberto
QUEI PESCI DEVONO ESSER STATI COTTI A PUNTINO PERCHE’ POTESSERO SFAMARE LE CINQUEMILA PERSONE CHE SI ERANO RADUNATE.

Don Pagazzi
“Gesù per moltiplicare i pani e i pesci utilizza una scorta, una merenda o un pasto di un ragazzino, qualche pane, qualche pesciolino. Ed è difficile che il ragazzino se andasse in giro in una zona così calda con del pesce fresco. Un modo per conservate il pesce era senz’altro quello di cucinarlo.”

Grafica e voce speaker: Vangelo di Giovanni 6, 8-13

E quando furono saziati,
disse ai suoi discepoli:
“Raccogliete i pezzi avanzati,
perché nulla vada perduto.”
Li raccolsero
e riempirono dodici canestri
con i pezzi dei cinque pani d’orzo,
avanzati a coloro
che avevano mangiato.

Don Pagazzi
“Evitare lo spreco per Gesù significa riconoscere anche in qualcosa che sembra di poco conto, anche un pezzettino di pane, qualcosa che invece vale e che deve essere conservato.

IMG_9315Roberto (fc)
La Bibbia fornisce anche le indicazioni per pulire il pesce.
Il giovane Tobia deve recuperare il patrimonio paterno e parte assieme all’arcangelo Gabriele e ad un cagnolino. Durante una sosta lungo il fiume Tigri, mentre si sta lavando, un grosso pesce tenta di mangiargli il piede.

Grafica e voce speaker: Bibbia, Tobia 6, 3-6

Ma l’angelo gli disse:
«Afferra il pesce
e non lasciarlo fuggire».
Il ragazzo riuscì ad afferrare
il pesce e a tirarlo a riva.
Gli disse allora l’angelo:
«Apri il pesce e togline il fiele,
il cuore e il fegato;
mettili in disparte
ma getta via gli intestini.
Infatti il suo fiele,
il cuore e il fegato
possono essere
utili medicamenti».
Il ragazzo squartò il pesce,
ne tolse il fiele,
il cuore e il fegato.
Arrostì una porzione del pesce
e la mangiò;
l’altra parte la mise in serbo
dopo averla salata.

Roberto: (sul lago di Tiberiade)
SECONDO LA BIBBIA LE ISTRUZIONI DELL’ANGELO SONO PRECISE. LE INTERIORA DEVONO ESSERE BUTTATE.
IL FIELE PERÒ PUÒ ESSERE UTILE. DIFATTI COL FIELE TOBIA PUÒ FARE UN MEDICAMENTO CHE POI RISULTERÀ UTILE PER GLI OCCHI DEL PADRE CHE SONO MALATI.
……..
IL PESCE VIENE COTTO ARROSTO E UNA PARTE VIENE MANGIATA SUBITO DA TOBIA. L’ALTRA PARTE INVECE VERRÀ CONSERVATA E VERRÀ MESSA SOTTO SALE.IMG_9321

—————cambio musica—-immagini lago di Tiberiade

Grafica:
Lago di Tiberiade, Israele

Roberto: (sul lago di Tiberiade)

GESÙ SAPEVA CUCINARE. È MOLTO PROBABILE.
DOPO LA RESURREZIONE GLI APOSTOLI E I DISCEPOLI LO INCONTRANO SUL LAGO DI TIBERIADE, ED È LA TERZA VOLTA CHE LO INCONTRANO.
…..
PIETRO E GLI ALTRI NON HANNO PESCATO NIENTE MA GESÚ DICE LORO: TORNATE SULLA BARCA E GETTATE LE RETI DALLA PARTE DESTRA DELLA BARCA. E COSÌ FACENDO PIETRO E GLI ALTRI PESCANO BEN 153 GROSSI PESCI. LI PORTANO A GESÙ CHE LI CUCINA PER LORO.IMG_9299

Don Pagazzi
“Tanti hanno riflettuto sul significato di questo numero. Probabilmente si tratta di un calcolo triangolare a base 17, che era molto in voga allora. Si tratta cioè di fare la somma dal numero 1 al numero 17 e salta fuori proprio 153….e indica una grande pienezza, una grande abbondanza. Questo è probabile, ed è probabile anche che non riusciremo mai a capire cosa significa 153. E credo che anche questo faccia parte del bello di una relazione: non capire proprio tutto.”

Grafica e voce speaker: Vangelo di Giovanni 21, 9-14

Appena scesi a terra,
videro un fuoco di brace
con del pesce sopra,
e del pane.
Disse loro Gesù:
“Portate un po’ del pesce
che avete preso ora”.
Allora Simon Pietro
salì nella barca
e trasse a terra la rete
piena di centocinquantatré
grossi pesci.
E benché fossero tanti,
la rete non si squarciò.
Gesù disse loro:
“Venite a mangiare.”
Nessuno dei discepoli
osava domandargli:
“Chi sei?”
perché sapevano bene
che era il Signore.
Gesù si avvicinò,
prese il pane
e lo diede loro,
e così pure il pesce.
Era la terza volta che Gesù
si manifestava ai discepoli,
dopo essere risorto dai morti.

Don Pagazzi
“Si potrebbe dire con buona sicurezza che Gesù sapeva cucinare. Quantomeno, fare il pane e arrostire il pesce.”

IMG_9310
Tova 2

“Qui si tratta del Lago di Tiberiade, stiamo parlando di pesce, e i pescatori erano maschi, uomini. Come nella Bibbia quelli che lavorano nei campi sanno abbrustolire il grano, così i pescatori sanno grigliare il pesce. Non è necessariamente una conoscenza particolare, semplicemente grigliarono il pesce alla brace.

Capitolo 7 – COME MANNA DAL CIELO

Mentre pubblico un altro capitolo, il 7° di “Come manna dal cielo”, la Francia è insanguinata, l’Europa in subbuglio, tutti sembrano pronti ad una nuova guerra. La geografia politica del medio oriente, disegnata alla fine della prima guerra mondiale e ridisegnata alla fine della seconda, ne uscirà sconvolta. Anche il nostro mondo non sarà più lo stesso. Sono sotto attacco il nostro modo di vivere, i valori della democrazia, la parità di genere, la musica dei giovani, il rispetto reciproco, la libertà di religione, il diritto di opposizione e di critica, il bicchiere di vino che beviamo, il pasto che consumiamo assieme…… Ho realizzato “Come manna dal cielo” pensando alle possibilità concrete di dialogo che esistono se andiamo assieme a rileggere i libri considerati sacri dalle religioni monoteiste. Qui vengono letti i Vangeli e la Bibbia, ma è già in corso un’evoluzione successiva di questo lavoro con la lettura di passi del Corano e dei testi buddisti e induisti. Continuo a pubblicare perché davanti al cibo, davanti ad un piatto, possiamo sederci tutti assieme e sperare in un mondo migliore. 

(Le foto sono di Marina Ortona)

—————————————

IMG_8703

 

Prima della grafica col capitolo 7, inserire Papa Francesco: le sue frasi sui sacerdoti come pastori, ma con l’odore delle pecore

——————————effetti sonori gregge di pecore

Grafica:

Capitolo 7
IL PASTO E IL PASTORE

—————immagini gregge di pecore sotto le querceIMG_8695

Roberto (fc)
Pastore, pascere, pasto. Pastore è colui che porta il gregge a pascere, a pascolare, a mangiare. Il pastore procura e garantisce il pasto.
Mangiare non è semplicemente nutrirsi.
Ogni pasto ha un valore simbolico e spirituale
Rappresenta un momento alto nelle relazioni tra gli uomini.
Nella Bibbia, Esodo, il Signore parla a Mosè e Aaronne in Egitto e dice loro così…

—————–immagini gregge di capre sotto l’albero

grafica:
parco biblico
Neot Kedumim, IsraeleIMG_8761

Grafica e voce speaker:

Bibbia – Esodo 12,1-4

Parlate a tutta
la radunanza d’Israele,
e dite: Il decimo giorno
di questo mese,
prenda ognuno
un agnello per famiglia,
un agnello per casa;
e se la casa
è troppo poco numerosa
per un agnello,
se ne prenda uno in comune
col vicino di casa
più prossimo,
tenendo conto
del numero delle persone;
voi conterete ogni persona
secondo
quel che può mangiare
dell’agnello.

————-cambio musica, coro sardo–immagini gregge in Sardegna

grafica:
Monte Minerva, Sardegna

Roberto (fc)
La Bibbia invita a calcolare bene il numero delle persone per non sprecare niente e indica con precisione come deve essere cotto: alla fiamma.
Una tradizione millenaria che è stata conservata in Sardegna.

grafica:
Piero Tilloca
Monte Minerva, Sardegna
“Noi mangiamo tutto , non si cucina tutto insieme, la testa si divide dall’agnello, così come anche le interiora che vengono preparate a parte, inspiedate a parte, però cucinate sempre al fuoco vivo.”

IMG_8693

Grafica e voce speaker:

Bibbia, Esodo 12, 7-9

E si prenda del sangue d’esso,
e si metta sui due stipiti
e sull’architrave della porta
delle case dove lo si mangerà.
E se ne mangi la carne
in quella notte;
si mangi arrostita al fuoco,
con pane senza lievito
e con dell’erbe amare.
Non ne mangiate niente
di poco cotto
o di lessato nell’acqua,
ma sia arrostito al fuoco,
con la testa,
le gambe e le interiora.

Piero Tilloca
“E’ una tradizione proprio legata alla Pasqua, ci deriva dalla Bibbia. Si fa soprattutto durante le festività pasquali, le festività natalizie, le ricorrenze della famiglia, quelle che si vogliono festeggiare. La carne non si mangiava tutti i giorni. Il pastore non mangia tutti i giorni la carne.”

Moshe Basson
“L’unico a mangiar carne, anche due volte al giorno, era il sacerdote nel tempio, perché chiunque stesse cuocendo un agnello doveva riservarne una parte per il sacerdote.
Una parte poi doveva essere bruciata per far salire l’aroma fino al cielo. E la maggior parte dell’animale era per il consumo della famiglia.

Piero Tilloca
“E’ una tradizione antica anche in Sardegna. Io penso che sia il modo più semplice per cucinare la carne per un pastore che magari segue le bestie durante la transumanza e non ha una vera e propria casa, magari abita nelle pinnete , non ha un forno, e quindi la cottura al fuoco è il metodo più semplice per cucinare queste cose. Oltre al sapore che prende la carne che è decisamente buono.”

Don Ciucci
“ Le dosi che ci sono nella Bibbia…. sono sempre dosi esagerate. Da questo punto di vista Gesù non è un grande cuoco, sbaglia clamorosamente le dosi, fa pescare 153 grossi pesci che è un po’ esagerato. Ma d’altro canto …..aveva iniziato Abramo che quando si trova tre ospiti davanti fa cucinare un intero vitello grasso e, se non mi sbaglio, più di 4 chili di farina.

IMG_8723

Grafica e voce speaker:

Bibbia, Genesi 18, 7-8

Allora Abramo andò in fretta
nella tenda, da Sara,
e disse:
“Presto, tre sea di fior di farina,
impastala e fanne focacce.”
All’armento corse lui stesso, Abramo;
prese un vitello tenero e buono
e lo diede al servo,
che si affrettò a prepararlo.
Prese panna e latte fresco
insieme col vitello
che aveva preparato,
e li porse loro.
Così, mentre egli stava in piedi
presso di loro sotto l’albero,
quelli mangiarono.

IMG_8853

Don Ciucci
Le dosi della Bibbia sono interessanti, sono sempre dosi per un popolo. Non sono mai dosi per una persona, per una famiglia piccola, sono sempre dosi per tanti e c’è sempre un’abbondanza. Quando Dio si mette in cucina c’è sempre una sovrabbondanza. Un esserci di più che non deve andare sprecato ma che chiede anzi di essere utilizzato. ……Nella Bibbia c’è sempre da mangiare per tutti.”

Roberto (fc)
Il figliol prodigo ritorna dopo aver scialacquato il patrimonio paterno. Ma il padre ne ha compassione.
Lo abbraccia, lo bacia e dà istruzioni ai servi.

Grafica e voce speaker:

Vangelo di Luca 15, 20-24

Ma il padre disse ai servi:
«Presto, portate qui
il vestito più bello
e fateglielo indossare,
mettetegli l’anello al dito
e i sandali ai piedi.
Prendete il vitello grasso,
ammazzatelo, mangiamo
e facciamo festa,
perché questo mio figlio
era morto
ed è tornato in vita,
era perduto
ed è stato ritrovato».
E cominciarono a far festa.

————————cambio musicaIMG_8815