Il fronte sotto casa

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C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra? Lo chiedeva Albert Einstein a Sigmund Freud, in una lettera il 30 luglio del 1932. imageL’anno dopo andava al potere Hitler. Non c’era un modo. imageForse un c’era un percorso, suggeriva Freud ma con l’avvertenza che la via della pace non può essere un mulino che macina “talmente adagio che la gente muore di fame prima di ricevere la farina”. Gandhi percorse con successo quella via. Il metodo della “non-violenza”, però, funziona solo se l’avversario è uno stato democratico obbligato a rispettare i diritti umani anche quando esercita il monopolio della violenza.image Non funziona con i tagliagole. “The management of savagery”, “la gestione della ferocia”, è un manuale di 248 pagine in cui Da’esh, il cosiddetto “stato islamico”, spiega come decapitare col coltello, come bruciare vivi i prigionieri, come usare la brutalità per spingere le democrazie occidentali alla guerra. È una trappola, insanguinata ma fin troppo evidente. imageEppure è guerra contro Da’esh. Di una guerra si sa con certezza quando e come inizia. Chi dice di sapere quando e come finirà è un millantatore. Questa guerra non terminerà nel modo tradizionale, con la sconfitta di una parte, un armistizio e la firma di un trattato di resa. Qualcuno, allora, potrebbe ipotizzare di bombardare i terroristi fino ad ucciderli tutti. Ammesso che sia possibile, e non lo è, neppure questo sarebbe la fine della guerra. Resterebbe aperto un problema che appare ad un tempo come un paradosso: migliaia di musulmani migrano dall’Africa e dal medio oriente e rischiano la vita attraversando il deserto e il mare; contemporaneamente alcune migliaia di ragazzi, figli dei migranti di vent’anni fa, compiono il percorso inverso abbandonando l’Europa, il relativo benessere, la libertà, e vanno a rischiare la vita combattendo per Da’esh. Sono i “foreign fighters”, i combattenti stranieri. imageCirca 15.000 con Da’esh, alcuni anche cattolici o non credenti convertiti all’Islam al momento dell’arruolamento. Molti sono rientrati in Europa, forse ben 3000. Difficile dire quanti di loro sono pentiti e quanti invece sono cellule pronte per attacchi terroristici. Recenti studi hanno elaborato l’indice di radicalizzazione jihadista, mettendo in rapporto la popolazione musulmana sunnita di uno Stato col numero di foreign fighters partiti da quello Stato. Ebbene, l’indice dell’Arabia Saudita è 97, l’indice della Finlandia è 1750. L’indice della Libia è 97, quello della Danimarca è 434, quello della Svezia 418, quello della Francia 254. L’Italia ha un indice apparentemente basso, 36. Forse non è per un particolare merito ma solo perché i ragazzi islamici nati nel nostro paese sono relativamente pochi. Resta il fatto che i “foreign fighters” rappresentano un problema generato e sviluppato in Europa. imageDa’esh riesce a far breccia nei loro cuori grazie a una propaganda che adopera tecniche nuove, linguaggi professionali, registi capaci di sfruttare al meglio luoghi e simboli. Dunque se questa è una guerra, prima ancora dei piloti servono registi, giornalisti, scrittori, comunicatori capaci di sviluppare una narrativa che raggiunga i cuori di questi ragazzi europei. “Tutto ciò che provoca solidarietà…-scriveva Freud ad Einstein- Tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra”. Se siamo in guerra, allora questa volta sono chiamati al fronte anche quelli che sanno adoperare gli strumenti del dialogo. Il fronte è sotto casa, al massimo nel quartiere vicino. Si tratta di impedire che in Europa continui la gemmazione di estremisti radicali che diventano foreign figters. Tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini deve agire contro la guerra, sosteneva Freud nella risposta ad Einstein, con un’avvertenza: “La religione dice la stessa cosa: ama il prossimo tuo come te stesso.”

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