AGDGADU E IL CRISTO VELATO

imageEra un percorso. Era dedicato “Alla Gloria Del Grande Architetto Dell’Universo” (A.G.D.G.A.D.U.). Basta intendersi, liberamente, su chi sia il Grande Architetto e allora può risultare normale trovare, alla fine del percorso, una statua di Gesù avvolto dal sudario. Cristo. Velato. Di certo, libero si sentiva Raimondo di Sangro, principe di Sansevero.
Si torna sempre a riflettere davanti al “suo” Cristo Velato.
Può esserci il caldo di luglio, quando la luce del sole taglia di netto strade, balconi e panni stesi ad asciugare. Oppure può esserci il buio fresco dell’ultimo autunno, quando si accendono migliaia di presepi in un gran movimento fermo di gente che lavora distratta e indaffarata, lo sguardo altrove.
Spaccanapoli è in fermento, ogni giorno, con ogni tempo. E dev’essere stato così in ogni stratificazione del tempo. Nella Napoli sotterranea, greca e romana, dove ci si affollava attorno ai negozi del pesce e del pane su vie non più strette di quelle attuali. Nei palazzi cresciuti sbilenchi sopra le rovine dei secoli, uno sull’altro a cercare la luce, fitti e selvaggi come crescono le piante nella foresta tropicale.image E infine sulle terrazze dove sono spuntati nuovi locali, a sfidar le cupole delle chiese, attici e super attici con ricche vetrate dei quali poco e niente si sa di sotto nel turbinio della folla. Dev’esserci qualcosa nelle mani degli artigiani che vivono qui da sempre, qualche gene trasmesso di generazione in generazione. Basta vedere l’ultima tendenza: ovvero “vi fanno il pastore”, su richiesta. Costa 500 euro, ma vi ritrovate nel presepe. Oppure “fate il pastore” a chi volete bene o al capo che volete lisciare. Ritrovarsi pastore nel presepe è comunque un segno di notevole successo. Basta portare all’artigiano tre foto, frontali e di fianco, come le segnaletiche della polizia. Solo che, nel caso, può capitare, non si sa mai, è inutile chiederle alla Questura. Non le possono dare. Tre foto nuove, quindi, e ci si ritrova, riprodotti con precisione, in una statuina alta due palmi, pronta ad entrare in qualsiasi presepe, come ci sono entrati i giocatori del Napoli, i capi di governo e le rock star. Non conoscono crisi gli artigiani dei presepi. Sempre che ora resistano all’assalto dei cinesi che si son messi a “fare i pastori” anche loro.
Chiedere si può, ma il risultato non è garantito.
“Scusi! Per la cappella Sansevero?” Ci si potrebbe arrivare comunque, anche se non ci sono indicazioni, ma chiedere informazioni è irresistibile. È sempre probabile imbattersi in una donna che scivola via scuotendo appena la testa. “Questa non è la statua del dio Nilo?” Due ragazzi dal volto segnato stentano a rispondere. Non possono credere ad una domanda così idiota fatta proprio davanti al dio Nilo. Dev’esserci sotto qualcosa. “E la cappella Sansevero?” Niente più di qualche vago movimento della testa. I due si girano e rientrano nel bugigattolo oscuro dove si vendono detersivi o anche candele. Qui, proprio di fronte al dio Nilo, fanno ancora il miglior caffè del mondo. Chi ci arriva stupito, deve provare per credere. Chi ritorna, invece vuole le sue conferme. La tazzina è sempre pronta, calda. Un tempo il barista ci metteva lo zucchero, quando era ancora vuota. Così poi il caffè veniva più buono. Adesso, in epoca di diete e dolcificanti, si son dovuti adattare. Ad ognuno il suo zucchero libero. Ma il caffè è sempre lo stesso nettare nero. Indimenticabile. “E la Cappella del principe di Sansevero?”. Sarebbe stato meglio chiedere del principe del calcio, quel Maradona che sta appeso in un collage di santini ad una parete del bar. Più o meno il gesto di un braccio oltre il bancone indica che sì, c’è anche la cappella Sansevero, fuori non lontano, uscendo dal bar, a sinistra e poi a destra. Sono solo una cinquantina di metri. Girato l’angolo, il fermento dei napoletani svanisce, come se fosse ancora viva l’antica pessima fama che circondava l’edificio. Solo qualche persona passa veloce, decisa a mimetizzarsi nel turbinio pochi metri più in là. imageAlchimista, scienziato, cultore dell’esoterismo, e soprattutto massone, Raimondo di Sangro principe di Sansevero conduceva studi avanzati ed esperimenti arditi nel settecento napoletano. Uno dei tanti secoli della stratificazione napoletana, mentre già gli artigiani creavano i loro presepi. Per ciò che ha realizzato ha avuto bisogno di molta mano d’opera, gente di fatica per le pietre, falegnami per il legno, muratori e architetti, scalpellini e pittori. Facile immaginare i riti scaramantici di chi, durante l’allestimento della cappella, ha visto senza capire. Anche oggi mette inquietudine vedere, con lo sguardo frettoloso del turista galleggiante, i due scheletri su cui il principe aveva ricostruito il sistema venoso e quello arterioso. “Ricostruito”, appunto. Non sono veri. Anche in questo sta la sua geniale abilità. Del resto, bisogna capirlo il turista inquieto e affascinato. imageNon sa dove posare gli occhi nello stordimento che crea la visita. Il Cristo Velato sta dove non dovrebbe stare, al centro della Cappella, a disposizione dei visitatori che, stupiti, dubbiosi o increduli, gli ruotano attorno. Ma sarebbe stato meglio lasciarlo dove il principe esoterista l’aveva collocato: in una piccola stanza, in fondo alle scale, sotto alla cappella, punto d’arrivo di un percorso iniziatico mozzafiato davanti alle altre statue tra cui spiccano quella della Pudicizia, quasi una Maddalena, forse una santa, col seno e il volto, perfetti, coperti da un velo, e quella di un uomo che si libera dalla rete degli inganni su cui era rimasto impigliato. Marmo, solo marmo, l’uomo, la rete, la donna e il velo attraverso cui è lei che osserva l’essere e il tempo del nostro mondo. imageIn quel percorso lo spazio diventava sempre più ristretto. Col respiro smorzato, all’improvviso si arrivava quasi a contatto fisico col Cristo Velato. La storia dell’arte dice che l’opera è stata realizzata nel 1752 e pagata con cinquanta ducati dal principe al suo autore, il Magnifico Giuseppe Sanmartino. Lo testimonia la ricevuta custodita dal Banco di Napoli. Si narra che Canova avrebbe voluto dare dieci anni della sua vita pur di essere l’autore di un’opera simile. imageE invece, cinquanta ducati e il Cristo Velato diventa l’ultima tappa del percorso ideato dal principe Raimondo di Sangro, l’ultima immagine della sua filosofia. Lo scultore quasi scompare nell’ombra del committente. L’idea prevale sulla mano che l’ha realizzata. Gli eredi del principe si son dovuti adattare ai tempi, anche loro, e per la statua è stato creato un “posto d’onore” al centro della sala. La luce non è più la stessa. L’impatto conserva una sua violenza, mutevole ad ogni visita. Ora quel corpo sotto il velo bagnato, appare più duro, più aspro, spigoloso, come offeso da troppi anni di fatica, con quei muscoli, quei tendini, quelle ossa così irrigidite. imageLa volta precedente sembrava quasi riposare, finalmente, al riparo del sudario. Alla prossima visita cambierà ancora. Tra i turisti che si spostano da un paese all’altro facendo “usa e getta” del loro viaggiare, scivolano sempre mormorii e sospetti. Il principe alchimista avrebbe insegnato allo scultore una sua qualche formula magica per cristallizzare il velo di marmo sopra il corpo martoriato del Cristo. A quel punto sarebbe tutto più facile. Niente più pensieri complessi. Più semplice, più tranquillizzante non porsi problemi e neppure pentirsi d’essere entrati in quella cappella. Si poteva andare mezz’ora prima a Capodimonte ma è andata bene lo stesso, o no? La vita sembra più semplice, senza pensieri complessi: il bello e il buono come risultato di un’arte del levare. Le parti brutte e cattive negli scarti. Il bello libero a brillare nel bianco della pietra. E invece no. Il Cristo Velato è un unico blocco di marmo, il corpo, le ferite, il cuscino, il velo. Pensare diventa difficile, faticoso. Bisogna dialogare. Innanzi tutto con se stessi. La mano, del Magnifico scultore Sanmartino, e la mente, del dinamico principe di Sansevero, davanti ad un blocco di marmo. Mesi e mesi di lavoro sull’opera e ogni colpo di scalpello deve levare e deve aggiungere. Ad un tempo. Nello stesso tempo. Levare ed aggiungere. Pensiero complesso. Levare per arrivare attraverso la materia grezza al corpo del Cristo, alle ferite, alla passione. Aggiungere per lasciare su quel corpo il velo bagnato del sudario. Il velo come una preghiera pensata in silenzio che mostra la passione ma impedisce di coglierne del tutto il mistero. Il velo come un limite al libero pensiero, difficile da accettare nella sua trasparenza di marmo, nel suo apparire così leggero e così solido, così morbido e ad un tempo così tanto rigido da non permettere che si penetri completamente nel mistero dell’essere. La ragione sconfitta da un velo. Difficile sfuggire alla forza magnetica del Cristo Velato. Si esce dalla cappella Sansevero. Ma per tornarci, ancora una volta.image

DIALOGO, A TAVOLA

imageCibo, nutrimento, cucina, cultura e dialogo. La Bibbia, i Vangeli, il Corano, i Libri di tutte le altre religioni, i profeti, i santi e le testimonianze. Un buon modo per conoscersi, per parlarsi, anzi il miglior modo è sedersi assieme a tavola, spezzare assieme il pane, condividere il riso, le verdure, i fagioli, la frutta, l’acqua, il vino. imagePotrebbe sembrare semplice, ma non lo è. Prima di sedersi a tavola bisogna sapere cosa l’altro può mangiare e cosa non può mangiare, cosa vuole mangiare e cosa non vuole mangiare, bisogna cucinare per lui rispettando le sue regole spirituali. imagePer farlo bisogna conoscere gli ingredienti base, sapere come prepararli, come tagliarli, quali parti cuocere e quali no, con quale fuoco, come, quando e quanto sale usare, quali spezie, e persino in quali piatti mangiare e in quali ore.image Anche i non credenti, per moda dietetica o per necessità salutare, si sono creati delle regole. No, non è semplice ma prendere l’abitudine di sedersi assieme a tavola farebbe fare un gran passo avanti al dialogo. imagePer farlo davvero, dobbiamo prima scambiarci delle informazioni, l’uno con l’altro, come si fa quando si invita a pranzo nella propria casa qualcuno appena incontrato e gli si chiede, per non metterlo in imbarazzo, se c’è qualcosa a cui bisogna stare attenti nel cucinare per lui.image Prima di cucinare per qualche ospite bisogna almeno un po’ conoscere il suo spirito, la sua anima.imageimage Ecco alcune informazioni dai Libri:

Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
se offrirai il pane all’affamato,
se sazierai chi è digiuno,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio.

Bibbia, Isaia 58, 9-10
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Sulla terra
c’è abbastanza
per soddisfare
i bisogni di tutti
ma non per soddisfare
l’ingordigia di pochi.

Mahātmā Gandhi

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È Lui che ha creato giardini [di vigne]
con pergolati e senza pergolati,
palme e piante dai diversi frutti,
l’olivo e il melograno,
simili, ma dissimili;
mangiatene i frutti
e versatene quanto dovuto
nel giorno stesso della raccolta,
senza eccessi,
ché Allah non ama chi eccede;
e del bestiame da soma e da macello,
mangiate di quello che Allah
vi ha concesso per nutrirvi
e non seguite le orme di Satana:
egli è un vostro sicuro nemico.

Corano, VI, 141-142.

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La vita
è sostenuta
dal cibo
e il cibo
è vita,
e quindi,
offrire cibo
agli altri
è come dare loro
la vita.

Mahābhārata 13.63.26

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Siate grati per il cibo:
è il Brahman.
La sua energia universale
viene trasformata
nella nostra energia individuale
che ci aiuta
in tutto quello che facciamo.

Svāmin Vivekānanda. Il monaco del Dialogo
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Quando si offre
un pasto,
il donatore offre
cinque cose
al ricevente:
vita, bellezza,
felicità, forza
e intelligenza.

Bhojana Sutta, Aṅguttaranikāya 5.37

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Come un’ape
raccogliendo il nettare
non nuoce né danneggia
il colore e il profumo
del fiore
così il saggio
si muove nel mondo.

Dhammapada 49
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Il regno dei cieli
è simile al lievito
che una donna prese
e mescolò
in tre misure di farina,
finché
non fu tutta lievitata.

Vangelo di Matteo 13,33
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Il Signore apre per te
il suo benefico tesoro,
il cielo,
per dare alla tua terra
la pioggia a suo tempo
e per benedire
tutto il lavoro
delle tue mani.

Bibbia, Deuteronomio 28, 12

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Laudato si’,
mi’ Signore,
per sor’acqua
la quale è multo utile
et humile
et pretiosa
et casta

San Francesco, Cantico delle Creature