THE LESSONS OF SURVIVAL. CONVERSATIONS WITH SIMON WIESENTHAL.

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ARRIVA IN ITALIA IL FILM DI INNA ROGATCHI: “THE LESSONS OF SURVIVAL. CONVERSATION WITH SIMON WIESENTHAL.”

Quando leggiamo un libro, un articolo, quando guardiamo un film, sappiamo già di dover scegliere un posto dove collocarlo, poi, alla fine. Si tratta anche di un atto concreto, materiale. Il libro ha una sua precisa fisicità ed ha bisogno di una collocazione. L’articolo lo ritagliamo. Ormai, sempre più spesso, sono digitali e entrano come file in una cartella sul desktop. Il film ha meno fisicità. Certo, può essere un dvd, un file in una chiavetta usb. Magari però è solo un link. Ma aldilà di quella materiale, è soprattutto culturale la collocazione verso cui ci predisponiamo. Anche i grandi archivi fanno così, che siano i National Archives di Washington o l’Archivio Centrale dello Stato di Roma. Quando lo studente o lo studioso entrano nella sala delle ricerche trovano già una selezione di testi, di documenti, di libri, pronta, offerta dal lavoro degli archivisti. Semplicemente si sa che quelli sono particolarmente utili ed è bene che siano sempre pronti. Quindi, finito di vedere il film di Inna Rogatchi, “The Lessons of Survival. Conversation with Simon Wiesenthal”, bisogna decidere dove collocarlo.image Bene, il suo posto è all’ingresso, nella sala di prima accoglienza, tra le opere pronte ad essere usate e riusate, da consultare facilmente. È un film ed è un documento. In quanto tale può essere definito, per usare il vecchio gergo giornalistico, una fonte primaria. Il linguaggio filmico è semplice ed essenziale. Parla una figura leggendaria, Simon Wiesenthal, si vedono i luoghi citati, le emozioni sono accompagnate dai quadri dell’artista Michael Rogatchi. Sì, è il marito di Inna. Sì, Inna è stata una collaboratrice di Simon Wiesenthal: un privilegio, come racconta all’inizio del film. imageProprio in quell’inizio Simon Wiesenthal mette in chiaro, subito, un concetto: “io sono sopravvissuto, dice, ma il mio pensiero va a tutti quelli che invece non sono sopravvissuti”. Giusto, perché in realtà i veri testimoni della Shoah sono loro, i sommersi, quelli che non ce l’hanno fatta. Lungo tutta l’opera di Simon Wiesenthal, ha strisciato, sotterraneo come un fiume carsico, il tema del perdono. imageOgni tanto riemergeva, ogni tanto scompariva. A parte il fatto che nessun boia nazista ha mai chiesto perdono, resta fermo il punto che non si perdona per “interposta persona”. Il perdono possono darlo solo le vittime. Nessuno può sostituirsi a loro. Sono tanti i contenuti del film di Inna Rogatchi, dai nuovi dettagli sulla ricerca di Adolf Eichmann ad altri sulla cattura di Anna Frank. Per questo il film è anche una fonte primaria. Ma poi su tutto scorrono la voce e lo sguardo di Simon Wiesenthal. Passano i minuti e piano piano ci si accorge che il suo racconto va avanti con serenità, come lui se volesse quasi tranquillizzare chi lo sta seguendo. Sta parlando di assassini di massa e di campi della morte e ci dà quella tranquillità solida che solo la giustizia può dare. Quando viene applicata.image

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