SHOAH, MEMORY DAY: “L’ALTRA METÀ DI UN NUMERO”

Spread the love

imageRiflessioni durante la lavorazione del docufilm “L’ALTRA METÀ DI UN NUMERO” realizzato in occasione del Memory Day della Shoah. In onda su Raiuno il 24 gennaio 2016.

La fase delle riprese è sicuramente avvincente, anche i mezzi scarsi e obsoleti rimasti a disposizione dei Tg (sì, compreso il Tg1). Ma la prima fase del montaggio è emozionante. Solo a quel punto si vede se una scena prende vita e comunica vita o invece semplice esercizio informativo. Da non disprezzarsi, quest’ultimo, ovviamente.image
Attraverso i social cominciamo ad informare quella parte più attenta e più attiva che costituisce il nucleo centrale dei futuri spettatori, anche di un canale ultrageneralista come Raiuno.
I primi post suscitano un dibattito. Questo è un buon segno. Di più, é un sostegno.image

Narrazione della Shoah: certo, ogni storia è diversa. Certo, ci sono milioni di storie da raccontare. Milioni di nomi, di vite spezzate. Però, arrivato al 15º Memory Day e al 15º docufilm relativo, il problema c’è, non riguarda solo me e i miei lavori ma tutte le produzioni. Un problema che non risolviamo ripetendo “mai più” o ripetendo “noi non dimenticheremo”. Certo, lo sappiamo bene: noi non dimenticheremo. Ma….e gli altri? E per altri intendo quei milioni di ragazzi che dobbiamo informare ed istruire. Se non conquistiamo la loro attenzione, e il loro cuore, se non sappiamo farlo, ripetere “mai più” diventa un rituale vuoto. imageE per altri intendo quei milioni che stanno a casa col dito sul telecomando e in una frazione di secondo possono cambiare canale. Se non conquistiamo la loro attenzione, e il loro cuore, se non sappiamo farlo, è del tutto inutile che andiamo a ripetergli “mai più”. A scuola i ragazzi sono obbligati ad ascoltarci, comunque, anche quelli che non vorrebbero. Fa parte dell’istruzione. È un obbligo, anche se spesso nella narrazione si approfitta di questo obbligo. A casa neppure ci sentono perché hanno già schiacciato col dito sul telecomando. Voglio dire che il problema del raccontare la Shoah non sta nel singolo racconto, nei singoli racconti. Giustamente nel dibattito sui social c’è chi sottolinea che ci sono 6 milioni, più di 6 milioni di storie da raccontare. Ma quando vedi che sui media tutti si affollano il 27 gennaio e poi scompaiono, quando vedi che ogni anno si fa più fatica a trovare spazio per pubblicare, allora il problema sta nel flusso complessivo della narrazione, nel suo stile narrativo, nel saper cogliere gli aspetti oggi più attuali e più vicini alle esperienze e ai sentimenti dei ragazzi e delle loro famiglie (e delle loro famiglie). imageDa studi specialistici di settore sono arrivati, e continuano ad arrivare nuovi contributi alla complessiva narrazione della Shoah. Si tratta di capirli, tradurli nei linguaggi più efficaci (nel mio caso si tratta di linguaggio filmico) e portarli nella grande arena della divulgazione mediatica dove devi metterci tutto il tuo impegno per convincere qualcuno a spendere dei soldi per comprare un libro o, semplicemente, a schiacciare il tasto del telecomando che lo porterà a vedere il nuovo docufilm.

Mentre il montaggio arriva alle ultime scene,image tutti quelli che sui social partecipano a questa fase di lavorazione con i loro commenti (ringrazio anche chi non scrive post ma….so che sta partecipando). Le storie da raccontare, dunque, sono molte. Lo sappiamo. Milioni. Una per ogni persona, come minimo. Il problema non sta nella singola storia, ma nel flusso complessivo della narrazione in cui questa storia si innesta. Le ultime ricerche, gli ultimi studi ci offrono elementi per rinnovare e modificare questa narrazione. Basta pensare alle ultime ricerche sul lager di Ravensbrück (si veda il libro di Sarah Helm “Il cielo sopra l’inferno) alle ricerche sul mancato bombardamento di Auschwitz dello storico Umberto Gentiloni Silveri, alle ricerche sui “medici” nazisti e sui loro esperimenti. Basta pensare, ad esempio, al contributo che ci arriva dalla filosofa Donatella Di Cesare: è esistita, esiste una filosofia nazista. A me per primo (sono laureato in filosofia) mette i brividi l’accostare “filosofia” e “nazismo”.image Eppure è così, e le radici nella storia della filosofia sono piuttosto lunghe. Il nazismo non è un cerchio nella storia con una svastica dentro, non è una parentesi di circa 10 anni durante la quale una banda di pazzi e/o criminali è andata al potere. Bisogna modificare la narrazione (hollywoodiana) diffusa in tanti film e documentari. Si dice che l’umanità è morta ad Auschwitz e si dice che è rinata dopo Auschwitz. Vero. Con la Carta dei diritti dell’uomo. Ma non solo: è rinata perché i sopravvissuti (e loro testimoniano anche dei sommersi) sono riusciti a salvare, da qualche parte nel loro spirito, sia pure ridotti a lumicini, alcuni dei valori forti, alcuni dei pensieri che costituiscono la base sulla quale ci riconosciamo appartenenti all’umanità. Bisogna modificare l’attuale narrazione dei lager, così consolidata da apparire irremovibile. I deportati nei campi lavoravano come schiavi ma non erano schiavi. imageNessuno poteva pagare per loro un riscatto e renderli “liberti”. I campi erano l’apparato industriale dell’esperimento che i nazisti hanno innestato nella società (“hanno”, uso questo tempo perché nel presente ancora soffriamo dei postumi, come per una grave malattia), esperimento per il quale hanno ottenuto l’appoggio di larga parte della popolazione nei territori da loro controllati ed in quelli controllati dai fascismi. Esperimento? Sì, quello della creazione del “non-uomo”, della “non-persona”. Per la prima volta nella storia dell’umanità (che pure atrocità ne ha visto!), per la prima volta due uomini di trovano di fronte l’uno all’altro ma…..uno dei due non riconosce più nell’altro un uomo. Lo riduce ad un pezzo, ad un numero. Non essendo uomo, non deve più pensare. Non deve coltivare alcuna amicizia. Non deve avere speranza. Non deve avere fede. Deve cancellare l’amore, anche quello filiale. Deve dimenticarsi di cosa sia la misericordia. Non deve praticare neppure il ricordo della felicità, della piacevole sensazione data da una canzone. I testimoni della Shoah, i sopravvissuti, continuano a ripeterci quanto fosse fondamentale, proprio per sopravvivere, fondamentale più ancora della razione di pane, riuscire a trovare un amico e scambiare con lui i versi di una canzone. imageBisogna evitare di pensare che i testimoni della Shoah siano dei semplici registratori di memorie. Bisogna stare attenti al messaggio più profondo che arriva dalle loro parole quando vogliono comunicarci ciò che son riusciti a far sopravvivere nelle loro teste, oltre il buio del “non-uomo” progettato dai nazisti. Dobbiamo “accordare” le singole storie che raccontiamo su una nuova narrazione complessiva della Shoah.image

Terminato il montaggio devo ricordarmi di ringraziare chi ha lavorato con me: Valentina Fravili al montaggio, Grazia Pietrasanta per la grafica, Giulia Trentini e Elisabetta Bazzuoli per le ricerche, Paolo Carpi, Carlo Bernardini e Alberto Zappalà per riprese, Jadwiga Pinderska-Lech per la collaborazione ad Auschwitz, i docenti e gli allievi del Conservatorio S. Cecilia di Roma e Gabriele Ciampi per le musiche. Grazie a Danila Satta per il titolo.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *